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Dai vini delle Grave alle Bodegas della Rioja | Cemea.eu
Dai vini delle Grave alle Bodegas della Rioja

Dai vini delle Grave alle Bodegas della Rioja

In primavera, in concomitanza con la mia decisione di lasciare il mio amato lavoro di insegnante per diventare pensionata, uscì un bando di partecipazione ad un progetto di volontariato per over50, promosso da CEMEA di Roma. Informaestero dell’IRSE di Pordenone lo diffuse e io decisi di inviare il mio curriculum, pensando che, via da casa, avrei sentito meno la mancanza della scuola. Le selezioni si fecero a Roma a luglio; un mese dopo seppi di essere stata accettata per il corso di formazione e per la partenza, il 16 ottobre, alla volta di Logroño, nella regione della Rioja, in Spagna. Non conoscevo la zona, ma mio marito, che ha percorso il cammino di Santiago, subito mi disse che era una città bellissima, ospitale e dove si mangiava e beveva benissimo. Un caro amico intenditore di vini mi confermò l’importanza di quei luoghi per la produzione dei migliori vini spagnoli. La situazione diventava allettante, ma cosa avrei dovuto fare? Non venivano fornite molte informazioni, per lasciare ai partecipanti la sorpresa di scoprire di persona il tipo di attività, veniva richiesta solo la disponibilità a lavorare nei campi e a cucinare.

Così i colori dell’autunno mi portarono in questa città di 150.071 abitanti, capoluogo della comunità autonoma di La Rioja, la seconda più piccola delle 17 regioni spagnole. Accolta dall’associazione Intereuropa, dal giorno successivo mi dedicai per un mese ad aiutare nel lavoro di coltivazione di prodotti biologici, a spiegare nella “Escuela Oficial de Idiomas” la Storia, la Geografia, le tradizioni del Friuli e della provincia di Pordenone in particolare, ad insegnare agli studenti di Italiano e a tre gruppi di persone diversamente abili (classi di età diverse) come preparare alcuni piatti tipici del nostro Paese, a frequentare le lezioni di lingua spagnola, a partecipare ad un incontro con un grande cuoco pluripremiato, Paco Carretero.

L’agricoltura è organizzata da “ El Colletero”composto da un gruppo in maggioranza femminile, che ha adottato un progetto per lo sviluppo sostenibile e il consumo responsabile. Questa associazione mira a fornire un paniere di prodotti, al miglior prezzo, ed è impegnata socialmente facendo partecipare alla coltivazione persone diversamente abili o inserite in progetti di recupero. Gestisce direttamente produzione e distribuzione di frutta e verdura tra i membri del gruppo (con vari punti di raccolta settimanale), uno a Logroño e un altro nella città di Nalda.

 L’ obiettivo principale di questo progetto è quello di generare posti di lavoro nelle zone rurali, di permettere ai partner di avere e offrire cibi freschi e naturali attraverso la distribuzione diretta . In questo modo si coniuga il mangiare sano con la rivitalizzazione di campi precedentemente incolti, si incoraggiano il consumo responsabile e la cultura tradizionale. La “cesta”, fornita settimanalmente ad ogni socio, contiene prodotti di stagione (frutta e verdura), noci, vino, caffè, marmellate, albicocche secche, prugne, elementi stagionali freschi e coltivati ​​con metodi agricoli tradizionali. Le eccedenze vengono vendute e con il ricavato l’associazione sostiene il progetto sociale.
Nei campi , attorniati da montagne scoscese, lavoravo sotto la direzione di Mercedes, una signora forte e risoluta, che ama la terra e vivere all’aria aperta, che sa comandare con fermezza per organizzare il lavoro nei campi, essendo allo stesso tempo molto dolce: quando le parlavo di Venezia sembrava immaginare il Paradiso. Il primo giorno mostrò alle mie due compagne e a me dei ravanelli e ci chiese di coglierli per le borse dei soci. Noi, appena arrivate e piene di voglia di dimostrare la nostra efficienza, in mezz’ora sradicammo tutti i ravanelli del campo, che avrebbero dovuto invece bastare per tutto il mese! Nei giorni successivi cogliemmo peperoni, legammo la cicoria, sostituimmo la plastica della serra che le signore curano per la scuola elementare ( in cui i bimbi coltivano e raccolgono). Nei giorni di pioggia o dopo il lavoro, tutti al bar o in una cantina a mangiare salame, prosciutto serrano, formaggio caprino, uova delle galline dell’aiutante di Mercedes e a bere il buon vino rosso della Rioja. Le donne che appartengono all’associazione, come del resto tutte le donne spagnole che abbiamo conosciuto, sono intelligenti, determinate, libere nelle loro azioni e decisioni, non badano alle superficialità, sanno lavorare e divertirsi, sono amichevoli e allegre e soprattutto piene di interessi. L’ultimo giorno tutte vollero la foto con “le italiane”; anche noi abbiamo saputo trasmettere conoscenze e simpatia.

Il Centro Cultural Ibercaja Calahorra mette a disposizione delle associazioni, degli organizzatori di eventi e anche di gruppi di cittadini che ne facciano richiesta, una grande cucina, pari a quelle di un ristorante, con tutte le attrezzature necessarie, e nel centro culturale vicino, La Gota de Agua, una cucina un po’ più piccola, ma sempre efficiente. Qui lavorai e imparai: imparai le ricette riojane dal pluripremiato “cocinero” Paco Carretero e insegnai ai Riojani a fare il risotto e i tortellini, conquistandoli!

I gruppi di persone diversamente abili cui insegnai ricette italiane, sono affettuosi tra di loro, molto legati. Intereuropa li porta ad ascoltare musica, ai concerti, propone loro mille attività, si percepisce che sono dei ragazzi che nel gruppo hanno trovato il piacere di stare insieme e la curiosità verso il mondo che li circonda senza sentirsi diversi. Furono dei collaboratori vivaci e pasticcioni, forse, in cucina, ma prepararono i piatti e li assaporarono con grande soddisfazione.

Gli studenti di lingua italiana della Escuela de Idiomas si interessarono molto al Friuli, così poco conosciuto da loro, la mia collega di Gorizia raccontò come la città sia stata, come Berlino, divisa in due, con molte famiglie separate da una frontiera, io parlai anche della grande emigrazione in terra straniera delle popolazioni friulane, degli uomini della mia famiglia, scalpellini che, insieme ad altri, partivano da casa solo con la carriola in cui riponevano gli attrezzi e abbellivano le corti e i grandi palazzi d’Europa con dei capolavori di artigianato; raccontai dell’occupazione di moltissimi abitanti della pedemontana nei grandi ristoranti e alberghi del mondo, fino allo sviluppo della Zanussi. Non conoscevano i nostri vini, che non hanno nulla da invidiare ad altri prodotti francesi o spagnoli; ora, anche i vini delle Grave e del Collio saranno sulle loro tavole nelle grandi occasioni.

Nel tempo libero visitai quasi tutti i centri storici compresi nelle due ore di viaggio: Bilbao, San Sebastian, Saragozza, Pamplona, Vittoria, Calahorra e molti altri. A S. Asensio partecipai alla festa della pigiatura dell’uva. Una di noi, Laura, pigiò insieme agli uomini del paese. Visitai le cantine, scavate sottoterra, nella collina, con le pareti nere di ragnatele e di polvere che mantengono la temperatura costante alle botti di vino che invecchia anche per…30 anni! La famiglia di Alba, la direttrice di Intereuropa, invitò le mie colleghe e me ad un pranzo delizioso, esclusivamente con piatti riojani in una rustica stanza forse un tempo una stalla, piena di orologi e manufatti intagliati nel legno di ulivo dal padre, un vigile del fuoco in pensione, confermando la magnifica ospitalità degli spagnoli.

Vidi cantine diverse: quelle antiche, con le botti in legno, e quelle nuove, con contenitori in vetroresina (attrezzature fornite da una ditta trevigiana), e in tutte assaggiai i vini, che sono di tre tipi a seconda dell’invecchiamento: il crianza (vino giovane), il reserva (con una permanenza in barrique fino a sei anni e poi imbottigliato), e il gran reserva (barricato per più di sei anni). Un sogno per gli amanti del buon vino.

Nel tragitto verso le mie mete, dal finestrino dell’autobus, vedevo colline ricoperte di filari di viti dalle foglie coloratissime: all’arrivo verdi, alla partenza già marroni. Sul paesaggio troneggiava spesso la silhouette di un grande toro. Molte persone mi dissero essere contrarie alla corrida, ma si capisce che fa parte della loro tradizione, infatti in ogni città, anche piccola, c’era l’edificio circolare che troneggiava in una piazza. Un oste mi mostrò le foto di un grande torero di Estella, lo paragonava a un grande campione sportivo o a un divo del lo spettacolo, orgoglioso che fosse del suo paese.

Una sera assistetti ad uno spettacolo di flamenco, mi era stato consigliato da Enrique, uno dei ragazzi di Intereuropa: avevo immaginato ballerine dall’abito rosso a pallini neri, nella mia ignoranza sull’argomento. Invece mi trovai davanti alla cantante più famosa della Spagna che gridava qualcosa a gola spiegata: urla roche, un canto per me senza melodia, accompagnata dal chitarrista che sottolineava i passaggi importanti della “canzone”. Il pubblico partecipava con grida di incitamento, di assenso, con un entusiasmo che non capivo. Due ore di urla ed ero sconvolta. Appena a casa… google….flamenco… e… svelato l’arcano. Nel flamenco i gitani raccontano la loro storia, l’odissea di un popolo alternativamente perseguitato e privilegiato, parlano di amori non corrisposti, di famiglie spezzate, di lavori forzati, di anni di reclusione lontano dai propri cari. Le grida erano giustificate.

Un’altra sera un concerto dal titolo “Viva la Pepa”: non era qualcosa di scherzoso, la Pepa è la costituzione spagnola del 1812, nota anche come la Costituzione di Cadice emanata nel 1812 dalle Cortes, il parlamento iberico, in opposizione all’occupazione napoleonica e al regime di Giuseppe Bonaparte. Era la festa per i 200 anni della Pepa; quindi canti popolari molto orecchiabili, nel teatro all’interno del municipio, con la sala zeppa di persone over 60 che partecipano agli eventi in modo massiccio. Eleganti e ciarlieri, non si preoccupano di disturbare alzandosi e andandosene nel bel mezzo delle esecuzioni, non appena viene loro sonno! Forse perchè non trattenuti dall’aver pagato il biglietto, essendo gli spettacoli offerti dal Comune sempre gratuiti.

Sono tornata lasciando un po’ di informazioni e un po’ di cuore. Ho portato con me una grande e bella esperienza.

Gabriella Panizzut

16/10/2012 – 13/11/2012 Logroño, Spagna

Progetto Go 50+II

Cemea del Lazio

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