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Luigi Giordano | Cemea.eu

Luigi Giordano

Il mio scopo archetipico: ridere e far sorridere. Usmev Ako Dar: l’associazione che mi permetterà di fissare, spero in maniera decisiva, i cardini della mia cittadinanza europea, dopo il Comenius e il Leonardo.

Il nome usmev ako dar significa un sorriso come regalo. “Perché ogni bambino possa avere una famiglia”, la specificazione dello slogan, sotto l’intestazione.

Lavoro infatti con bambini e ragazzi provenienti da tutta la galassia di enti e associazioni che si occupano di chi non ha un genitore o lo ha, ma impossibilitato e/o interdetto ad esercitare la patria potestà. E la missione mia è sorridere…quando si dice di necessità virtù. D’altronde il sorriso è quasi parte integrante della mia fisionomia. Avevo solo bisogno di poter essere me stesso, insomma.

Inizio così a conquistare i miei spazi: il centro di lavoro a Dunajská Lužná, piccolo comune dell’hinterland della capitale slovacca, Bratislava; il mio grazioso bilocale all’interno del centro, in cui sistemo subito ogni mia cosa; gli spazi accessibili e condivisibili etc. Ma soprattutto mi calo fino all’immersione in un oceano di sguardi, gesti e suoni nuovi da significare, che gli incontri di esseri umani di lingua diversa generano sempre.

Non solo di lingua madre, ma anche veicolare. Qui l’inglese non piace. Si capisce subito. E io che ho imparato tardi l’importanza della conoscenza delle lingue straniere, non porto in dote altro lusso di carità linguistica, se non la comprensione pressoché totale dello spagnolo (con un’altrettanta quasi totale e inspiegabile incapacità di produzione) e qualche balbettio chiocciolante di danese, per trascorsi umani e professionali. Roba da ridere e riderci su in Slovacchia.

Mi interfaccio per fortuna con un tutor fantastico, con la sua splendida famiglia e con alcuni membri e volontari dell’organizzazione ospitante che amano l’Italia, gli italiani e anche l’italiano. La sorte ogni tanto le trappole non le crea, ma ti aiuta a superarle. Inizio così, come dei bimbi fatti salire sino al declivio di uno scivolo, a discendere questa mia giostra di servizio e apprendimento nella mobilità col vento in poppa, sperando di restituire all’atterraggio dei 9 mesi di EVS, almeno un po’ del calore e di accoglienza che mi sono stati riservati.

I primi ragazzi in cui iniziare a interrare le sementi delle relazioni interculturali, sono dei piccoli-grandi talenti. La musica – Il linguaggio universale. Chi ama questa lingua, facile a dirsi, ama il confronto e gli scambi. Infatti sono bastate poche ore, perché fossi letteralmente avvolto dagli abbracci, dai sorrisi e dagli abbozzi di domande dei miei ragazzi.

Solo chi da riceve. Togheter across the barriers, il nome e i cognomi del mio progetto. Togheter. Cioè loro davanti e io dietro. Non viceversa.

Inoltre quando bambini e ragazzi, piccoli musicisti e cantanti in erba, si ritrovano assieme per un summer camp che li prepari ad un saggio nell’arco di una settimana, l’atmosfera – nonostante il solido impegno profuso – non può essere che quella della festa. Sembrava pertanto di stare in mezzo ai figli dei genitori più fortunati della terra…invece mi trovavo tra i piccoli degli orfanotrofi.

Orfani dal cuore d’oro e dai sorrisi solari. Ragazzi semplici, umani, autentici e liberi. Contenti perché si accontentano e gioiosi perché d’animo nobile.

Tra un ahoj e un dobru noc, una canzone e un pallone, un tesima e un nasdravie, una gita fuori porta e una passeggiata, si è così dipanata una settimana d’intensità fortissima e profondissima. Un sogno lungo 7giorni.

Tuttavia, si sa, non c’è altra via per dare senso alla felicità se non il dolore, come insegna la vecchia arguzia sapienziale. Dopo il concerto e la festa successiva, ci ritroviamo tutti quanti, grandi e piccini, per l’ultima notte, in cerchio con sottofondo musicale e luce fioca di candele a raccontare e raccontarsi.

Tempo, spazio, sorte, possibilità, occasioni. Inizia così il racconto tragico delle trappoli personali, di pirandelliana memoria, che la vita riserva con maggior razione agli ultimi. Che poi si spera saranno i primi.

Narrazione di traumi, memorie e aspirazioni che saggiano nel compatimento i sorrisi dei giorni precedenti, sulle calde luci delle candele disposte a forma di cuore, forse per edulcorare almeno un po’ il dolore.

Memorie di ragazzi alla ricerca di una mamma. O in speranzosa attesa di un ritorno della loro mamma naturale. Da abbracciare, amare e perdonare. Bimbi che confidano che sventuratamente la mamma sanno di non poterla rivedere mai più.

Qualcuno approfitta addirittura dell’occasione per dedicare a me la sua candela.

Le traduzioni istantanee che il gentilissimo Danielle (il responsabile del centro e mio tutor) mi faceva, portavano nelle orecchie e nell’anima parole e frasi che non dovrebbero essere pronunciate e ascoltate da nessuno. Mai. In nessun posto. Confessioni che fanno male. Molto male. E forse proprio per questo danno ancora più significato alla mia settimana qui e fissano nella mia stima in modo indelebile la giustezza e l’importanza di questo mio servizio volontario.

Questo primo paragrafo della mia esperienza slovacca si è chiuso così, nelle lacrime che davano senso ai sorrisi, nell’ultima notte del summer camp 2014 di Záhorská Bystrica, a Bratislava. Ogni canzone ha il suo inizio e la sua fine. Come tutto. La differenza la fanno le note e il testo che vi stanno in mezzo. Come sempre.

Io non potevo iniziare meglio di così. E si sa che chi ben comincia…è a metà dell’opera!

Come spero che a metà dell’opera siano i nostri splendidi ragazzi, che insieme a tante lacrime e tante angosce dalla vita hanno ereditato talenti e qualità, pregi da praticare ed esaltare, sogni da realizzare.

Ricordarsi di chi sta peggio di noi. Sempre. Ed essere d’aiuto, impersonando il cambiamento che si vuole vedere fuori di noi stessi.

Fiutare gli olezzi nell’aria. Portare il profumo dello spirito e del sorriso. Usmev ako dar. Togheter across the barriers.

Un saluto dalla Slovacchia a chi è partito e a chi partirà.

 

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